Terapia Verbale

terapia verbaleSeguo da anni il lavoro della dottoressa Mereu che ha messo a punto quella che ha chiamato “Terapia Verbale” con la quale incoraggia i pazienti a partecipare al proprio processo di guarigione.

Lo fa invitando a riappropriarsi di un linguaggio in cui potersi riconoscere e che, necessariamente, non sia “medichese”.

La terminologia medica infatti è utile, anzi indispensabile, per permettere ai medici di capire e curare le malattie che individuano in noi.

I nomi che attribuiscono sono l’impalcatura del loro metodo di cura, e permettono di riconoscere, schematizzare ed affrontare secondo un protocollo o secondo uno studio clinico le patologie a cui hanno attribuito un nome.

Quindi ben venga che i medici conoscano e sappiano utilizzare la loro terminologia, in base alla quale sono in grado di agire.

Purtroppo però senza forse rendercene conto, l’abbiamo adottata anche noi, che medici non siamo.

Nel momento in cui ci riferiamo ad un nostro sintomo con termini medici, che fanno riferimento a studi di anatomia, fisiologia o patologia di cui NULLA sappiamo, di fatto perdiamo ogni possibilità di esaminare, accogliere, riconoscere e magari addirittura risolvere il significato di un malessere.

I nomi che la medicina attribuisce alle nostre “malattie”, se li adottiamo nel nostro dialogo interiore, ci privano della possibilità di porci in ascolto di noi stessi. Come possiamo cercar di comprendere un “tumore”, o una “pancreatite”? Che significato possiamo trovare in noi ad un “osteosarcoma”?

Attribuendo questi nomi alle manifestazioni dei nostri disagi diventiamo automaticamente incapaci, inabilitati, a relazionarci ad essi senza l’intervento di un medico, cui delegare in toto la nostra guarigione.

L’invito è riprendersi i nomi delle cose. Se non siamo medici non scimmiottiamoli, chiamiamole come vogliamo, con le parole che ci vengono in mente, dopo aver interrogato silenziosamente pancia e cuore.

Domandiamoci come definirebbe il sintomo il bambino di tre anni che è in noi. Quello che non conosce medici e medicine. Quello che nulla sa di anatomia e fisiologia e che è libero di dire le cose come vuole, come le sente. Anche quando sono assurde o appaiono senza senso.

Quando ci siamo dati la nostra definizione domandiamoci ancora

E cosa succede se ho….? E accogliamo la risposta, quale che sia.

Sarà solitamente una risposta semplice e chiara. Lampante addirittura, quasi banale. E si presenterà insieme alla sua soluzione. Sarà subito chiaro cosa fare per stare meglio.

Spesso avvertiremo un sollievo immediato. E’ una sensazione tangibile, scatta proprio come un “click”. Lo immagino come un sospirone  che proviene dall’interno di noi, la soddisfazione  e il sollievo per essere riusciti ad ascoltarsi profondamente e a comprendersi. Di solito si accompagna ad una risata liberatoria.

In questo modo possiamo portare il nostro contributo alla nostra guarigione, anche mentre un medico la affronta invece utilizzando i suoi termini e le sue tecniche.

Ai medici quello che è dei medici, ai pazienti quello che è dei pazienti. Si potrebbero creare sinergie fortemente vincenti in questo modo.

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