Cose che mi fanno bene

lista

Una delle cose belle del bullet journal é che si possono aggiungere le pagine più disparate in qualsiasi momento ci venga in mente di farlo, basterà poi indicarne nome e numero nell’indice o scordarci di farlo se la pagina che abbiamo creato non é poi così memorabile.

Così mentre allestivo le nuove pagine per il mese di novembre mi é scappato di fare questa lista, che trovo assolutamente preziosa.

Casualmente non contiene cose che si possono comprare, eccetto il biglietto del cinema o del teatro.

Sono tutte cose che ho scritto di getto e ispirata, cose che mi appartengono profondamente.

Il bello di questa lista – e lo ho scoperto solo dopo averla scritta – é che per stare bene mi basta leggerla.

Mi riporta con sicurezza a chi sono e a dove sono.

Toglie di mezzo scontentezze e frustrazioni e mi avvolge, rassicurandomi completamente.

Penso che la ricopierò su un cartoncino, per tenerla spesso davanti agli occhi.

E voi? Avete sottomano la vostra lista? Provate a farla, e vedete l’effetto che vi fa.

Se non é assoluto benessere quello che vi coglie rileggendola non dubitate di voi, é la lista che é sbagliata. Avete probabilmente scritto cose che non funzionano, dettate dalla testa anziché dal cuore, o dalla pancia.

Buttate tutto e riscrivete, finché non trovate le parole che funzionano davvero, per voi.

Settembre

settembre-toscana

Adoro scappare al mare a settembre, proprio mentre tutti rientrano, proprio mentre tutto ricomincia.

Mollare tutto e tutti lì con un sorriso, dire

ohhhhh no scusa, io rientro fra una settimana.

In compenso ad agosto io c’ero, a predisporre tutto per potermi permettere questa fuga.

Ho lavorato tanto nello studio. L’ho pulito minuziosamente. E l’ho ordinato con grandissima attenzione. Ho scelto, buttato, spostato sistemato. Cosa ci deve essere e cosa no, non più. Cosa è in primo piano e cosa è relegato ad un piccolo scomparto. Su cosa voglio posare gli occhi, su cosa voglio lavorare, cosa voglio tenere a portata di mano. A cosa voglio lasciare ampio margine intorno.

Alla fine delle pulizie ho comprato 12 cuscini nuovi, colorati. Un regalo per la nuova stagione. Per me, per lo studio, per le persone che verranno tutto l’inverno a fare le meditazioni. Perché stiano più comode e calde.

Ho sistemato il mio guardaroba, mi sono fatta un regalo: ho tolto TUTTO quello che non mi dava gioia, seguendo uno dei dettami più interessanti del libro della Kondo “Il magico potere del riordino“ permettendomi di non badare ai buoni motivi della ragione.

L’ho pagato tanto, è nuovo, mi serve davvero…

Via, ho messo tutto via (sono riuscita a farlo perché non ho buttato nulla, ho solo tolto e richiuso velocemente negli scatoloni del fuori stagione, il prossimo anno valuterò se riaprirli o regalarli).

Questo mi ha permesso di notare con facilità cosa funzionava e cosa no del mio guardaroba. Non ho gonne, avevo troppe magliettecanottiere, troppi capi bruttini e insignificanti. Tante cose “giusto per mettersi qualcosa”.

Ora che ho meno vestiti sono costretta ha pensare di più per vestirmi, devo cercare con cura cosa posso mettere con quei pochi pantaloni che mi sono rimasti. E quindi mi vesto meglio. Devo scegliere le scarpe, un paio non vale più l’altro.

Ho capito che al posto di tante magliette preferisco avere qualche camicetta carina, anche fresca, senza maniche, ma che mi faccia sentire in ordine. Ho fatto due acquisti con somma soddisfazione e ho scelto di tagliare un paio di pantaloni che non mettevo più per farne degli shorts godibilissimi.

Tasto dolente, presa dall’entusiamo del less is more ho deciso di partire per la settimana di mare con solo 10 capi, CONTATI, e l’ho fatto con gioia, non fosse che appena arrivata ho capito che avevo sbagliato stagione e sono dovuta CORRERE a comprare, fortunatamente ancora in saldo, due magliette a maniche lunghe e una felpa. Ho desistito dal comprare anche un pigiama invernale solo perché in casa, ho trovato una coperta di lana, sigh.

collane toscane

Ho scelto con Margherita, di regalarci due bellissime collane con pesci da un’artigiana deliziosa e penso saranno per sempre un ricordo bellissimo.

settembre - disegni

Ho portato in viaggio “una cosa sola” di Gary Keller che avevo già preso in prestito dalla biblioteca ma volevo fosse mio, fosse altro per l’illustrazione bellissima che apre il libro ma in realtà sono sprofondata nella lettura di Jane Eyre che ho trovato meraviglioso.

Ne ho scritto e disegnato, e credo che continuerò a farlo per un bel po’.

settembre, il mio ufficioHo riaperto il mio ufficio preferito. In riva al mare, con il caffè. Con alle spalle la vegetazione fitta e profumata della macchia mediterranea. Sto studiano aromaterapia e sto crescendo il desiderio e l’intento di affinare lo studio, di completare gli schemi, di personalizzare il metodo e farlo mio. Inghiottire le nozioni, ruminarle. Elaborarle, pensarle, disegnarle, rotearle fra le mani. Metterle in pratica, provarle, costruirle. Viverne immersa. E uscirne. Avendole trasformate in uno strumento solido. Affidabile. Sicuro e saldo.

Per farlo devo smettere di criticarmi, sempre. Devo smettere di dirmi che come faccio io non è fatto bene. Che non mi devo permettere. Devo concedermi il tempo e il modo. Devo persino incoraggiarmi e mi merito di farlo.

Ho guardato tanti video di acquarello e con gli ultimi spicci rimasti dallo scorso anno ho comprato un pennello gigantesco.
Ho sentito Simone e preso accordi per una lezione di disegno.

A giorni torno.

E ne sono felice.

Segui l’intuizione

O per lo meno appuntatela.

segui l'intuizione

Sto seguendo un corso M-E-R-A-V-G-L-I-O-S-O a Milano sulle Funzioni del’Io e su come riequilibrarle attraverso l’uso degli oli essenziali.

Parliamo quindi di Sentimento, Emozione, Memoria.. di cosa sono e cosa sopratutto NON sono, di come manifestano la loro azione, di cosa succede quando non sono in armonia.

L’ultima lezione è stata sull’Intuizione. Ci è stato detto fra le altre cose di come la funzione sia pienamente equilibrata non tanto quando produce intuizioni a iosa quanto piuttosto quando si è in grado di dare a ciascuna intuizione la giusta collocazione.

Mentre andavo a prendere i figli a scuola ho pensato: dovrei fare una lista di tutte quelle persone, più o meno note, che dopo essersi laureate in medicina, biologia o chimica, e dopo aver con successo esercitato la professione – magari ottenendo riscontri dalle loro pubblicazioni – hanno poi dirazzato allontanandosi dalla comunità scientifica.

Ora, io sono strana e sconclusionata. Ma non sempre in balìa di pensieri così strampalati.

Spesso si, ma non sempre.

La novità di oggi è stata riconoscerla sul nascere. Darle un nome a quest’idea senza senso.

Intuizione. E dunque appuntarmela, per non perderla.

Di solito avrei trascorso qualche tempo a vederla scorrere. L’avrei pensata nei dettagli. Avrei chiesto ai figli di non interrompermi perché ero assorta in un pensiero.

Più o meno stanca poi avrei smesso, senza averne fatto nulla. E mi sarebbe rimasto la sensazione di aver perso tempo, inutilmente, sentendomi inspiegabilmente svuotata.

Stavolta ho preso un appunto. E la lista di dottori dirazzati ho cominciato a scriverla per davvero.

Non capisco ancora che farne, o perché farla. Ma le dedico attenzione e cura. Scrivo e metto via.

Sarà un caso ma ho da poco iniziato a tenere un Bullet Journal che sembra proprio il posto adatto per appuntarsi, al volo e in buon ordine, tutto quello che ha bisogno di essere annotato e proprio oggi il corriere mi ha consegnato un libro che sembra proprio cadere a fagiolo.

 

P.S.

così, su due piedi  mi vengono in mente – e mi riservo di verificare –  il dott. Edward Bach, la dottoressa Mereu, il professor Di Bella, la neuroscienziata Candace Pert, il due volte premio Nobel Linus Pauling, il dr. Hamer, il biologo Bruce Lipton, il medico indiano Deepak Chopra e.. per ora basta.

E a te? Ti vengono in mente altri nomi da aggiungere alla lista?

 

P.P.S.

grazie a Cose da Libri per aver scritto questo bell’articolo qua

 

La buca del coniglio

la buca del coniglio

E’ molto molto curioso che mi sia stato suggerito – e che io abbia accettato – di leggere un libro in cui si parla della possibilità di andare e tornare avanti e indietro dal passato con la possibilità di cambiarlo, e conseguentemente di cambiare il futuro, in un momento in cui sto sperimentando con stupore ed allegria, il potere di cambiare il presente.

Evoco ogni volta che voglio la mia buca del coniglio.

Tolgo la marcia automatica e torno indietro rifacendo le cose ogni volta che voglio, ogni volta che voglio farle meglio. E le cambio.

Non cambio le cose, ovviamente. Non potrei neanche farlo. Ma cambio me. E questo basta inevitabilmente a cambiare tutto.

Quando sento salire un’emozione che mi disturba. Mi interrogo. Riavvolgo il nastro. Trovo il punto da cui è partita. Torno ancora un po’ più indietro. Modifico qualcosa del mio atteggiamento. Faccio ripartire tutto. E tutto è diverso. E fila liscio. E non sono più negativa, arrabbiata. triste. E riesco invece a sorridere, guardando un diverso aspetto di quello che prima mi faceva arrabbiare.

Ero nel mio posto del cuore. Un ostello immerso nella natura. Spartano e pulitissimo. Profumato di legno.

Entro nel cucinino e vedo nel lavandino un piatto e due posate sporche, schifose, smuffite, lasciate la da chissà quanto. Mi sale l’astio, mi arrabbio, lo odio, chiunque sia stato.

Poi in macchina, infastidita da questo sentimento, ci ripenso.

Riapro la porta del cucinino piena della mia gioia di stare in quell’ostello. Vedo i piatti e provo tenerezza infinita per chi li ha lasciati lì. Già sorrido.

Immagino sia  in un momento di difficoltà tale da non sentire e non vedere la bellezza assoluta di tutto quello che lo circonda. Voglio fargli un favore, regalargli una cura. Mi metto a pulire i piatti. Sorridendo e con gioia. Pulisco tutto il cucinino.

Splende.

Il mio ostello è tornato perfetto. Chi ha lasciato il piatto sporco forse coglierà la bellezza del gesto e ne sarà sorpreso o rallegrato. Io sento che così le cose sono andate meglio, per me. Che questo è il sentimento che mi fa stare bene. che quell’astio l’ho superato e trasformato.

E per farlo mi è bastato solo pensarci, senza neanche aver dovuto pulire tutto sul serio. 😉

Chiedo a Luca un appuntamento. E lui invece di fissarmelo mi dice di scrivere al suo segretario. Ci resto male. Mi sento mortificata.

Ci sto male e mi domando perché. Mi sforzo di essere onesta e ammetto che mi immaginavo, volevo, che mi rispondesse “Ma certo quando vuoi, chiamami! Questo è il mio numero, o anzi, già che ci sei, hai tempo dopo? Mi fermo volentieri mezz’ora in più per te, sempre che tu abbia tempo”.

Rido della mia presunzione: che aspettative alte. Non alte, ALTISSIME, conoscendo Luca e il valore che da a se stesso e al suo tempo. Sono sollevata di averle ammesse. Nascoste facevano più male.

Provo a immaginare  come si sarebbe sentita, a chiederglielo, la più modesta e timida delle mie compagne di classe.

Avrebbe tremato di soggezione solo al pensiero di avvicinarLO. Gli avrebbe domandato con un fil di voce, arrossendo, se per caso da qui a 10 anni avrebbe mai trovato un ritaglio di tempo per incontrarla, pur pagando a peso d’oro ogni preziosissimo istante che le avrebbe dedicato. E se LUI, anzichè incenerirla con un solo sguardo, le avesse risposto come ha fatto a me “Ma certo! Chiama Stefano e fissa una data con lui” sarebbe andata via volando a 10 metri da terra scordandosi forse anche di salutare e ringraziare. E si sarebbe sentita la persona più fortunata e felice della terra.

Ecco. Rivissuta da un’altra possibile me  la sua risposta non mi fa più così male.

Rido divertita delle mie pretese mal celate e mi riprometto di verificare solo in seguito, dopo averlo incontrato, se la sua risposta era segno di insofferenza e antipatia – come ho creduto – o solo la sua routine. Andrà benissimo verificarlo, qualsiasi sia la risposta. La cosa scema è intestardirmi adesso ad interpretare un suo comportamento.

Eravamo in macchina. tutti e 4. Da un nonnulla non ricordo neanche cosa, in un istante è scoppiato un casino. Una fiammata. E abbiamo litigato tutti contro tutti. In 5 secondi. Fuoco e fiamme. Astio e veleno a saettate.

Poi un doloroso silenzio.

“Siamo proprio diventati una famiglia di merda”. Questo mi è venuto in mente. Con tutto il suo peso. Una vera coltre grigia. Su tutto quello che avevo desiderato e creduto. La visione nitida di un fallimento, di una sconfitta, di un baratro.

Potevo rimanere lì, in quel sentire. Per fortuna invece lo ho riconosciuto. L’ ho visto da fuori.

Ho staccato lo sguardo e lo ho spostato sulla strada che scorreva. “Sono contenta che stiamo andando a mangiare con gli amici, ne ho proprio voglia”.

E mi ha ripreso una grande serenità. E deve essere stata contagiosa perché abbiamo passato una serata piacevole.

Mi è venuto in mente di scrivere tutto questo. Mi si è formato chiaro tutto intero nella mente in un istante.

Mi capita spesso. Di solito demordo. Stavolta invece mentre scendevo le scale le ho viste chiaramente le due strade. Riprendo a studiare o dedico 10 minuti a scrivere sta cosa?

Ho scritto. Evidentemente 😉

Quale scintilla???

Seguendo la proposta di Gioia mi ritrovo a cercar di ricordare quando e come è iniziato il mio lavoro.

Come è scoccata la scintilla?

Scopro subito – e no, non mi sorprende – che in realtà io del mio lavoro non mi sono innamorata ancora. E chissà, magari non mi innamorerò mai.

Io mi sono innamorata perdutamente di questo studio. Cioè di questo appartamento, proprio. Dalla prima volta che l’ho visto. E’ lui che mi fa battere il cuore forte. E’ con lui che ho un legame saldissimo.

Era esattissimamente 8 anni fa – che tanto al caso non ci crede più nessuna, no? – il 9 aprile 2008. Ho appena ritrovato una mail per l’agenzia immobilare con questa data, che me lo conferma.

Da perfetta innamorata ricordo tutto nel dettaglio. Ero al telefono con mamma e le dicevo dai, vieni a vivere qui, è facile trovare casa e non costano tanto. Per dimostrarglielo ho aperto una pagina internet e digitato due parole per la ricerca. TA-DAN folgorazione. Le SUE foto. Erano queste, le conservo ancora.

Lo studio - Sentieri Naturali

lo studio nuovo

Penso di aver smesso anche all’istante di parlare con mamma o anche solo di pensare a lei. Lo studio aveva preso tutto il mio cuore e i miei pensieri.

Ho creato una slideshow con le sue foto e me la sono messa sul desktop. L’ho guardato ogni giorno per almeno sei mesi. E intanto organizzavo di riuscire a comprarlo.

Ecco il mio “lavoro” è nato solo di conseguenza. Quasi a cercare un pretesto.

Voglio quella casa.

Perchè?

Ci farò il mio studio. Ci lavorerò.

Clematis

clematisHo molte caratteristiche di questo fiore. Ogni volta che ho tentato di prenderlo mi ha dato pesanti disturbi di narcolessia. Ora lo sto prendendo nella miscela per curare i miei aspetti Lachesis. Ieri ho dormito, all’istante e profondamente, ogni momento in cui non avevo impegni improrogabili.

Ho pensato fosse un recupero di stress: il giorno prima una mia amica, andando via da casa mia è inspiegabilmente uscita di strada e si è capovolta con la macchina (fortunatamente ne è uscita illesa). 

tarot le pendu

Mi era già capitato un’altra volta, in un’ altra casa, andando via dopo essermi stato a trovare un amico è uscito di strada e si è capovolto. Che caso!

Un mio amico, esperto di fiori e tarocchi, collega clematis all’appeso. E io mi ci ritrovo tanto. L’appeso sorride. A testa in giù. Aspetta. Non fa altro. Ha un punto di vista diverso dagli altri sulle cose. Non so quanto sia utile.

Osservando la carta trovo anche la spiegazione alla confusione che faccio quando parlo con gli altri di destra e sinistra, e pensando a queste difficoltà di intendersi mi tornano in mente le parole che ho letto nel meraviglioso libro “La danza dei cinque elementi” di Gail Reichstein

Quando siamo radicati internamente la nostra immaginazione é ancorata a una sana realtà. Siamo capaci di comunicare con gli altri perché abbiamo in comune con essi una realtà stabile

Rimuginavo su questo quando ho immaginato una giusta cura per l’appeso\clematis: camminare. Infatti quando camminavo un’ora al giorno stavo benissimo. Voglio ricominciare e vedere se mi curo così.

Il Manuale di Istruzioni

manuale di istruzioniOggi sono arrivata a studio e la caldaia faceva strani rumori. Ho aperto lo sportello e guardato, arrabbiata. Ho bruscamente provato a spegnere, ho girato qualche manovella alla cieca. Niente. Ho richiuso lo sportello e ho pensato spaventandomi “dovrò chiamare un tecnico”. Proprio con paura. Paura della spesa, fastidio di averlo in casa perché é molto antipatico, disappunto per essere costretta a chiedere aiuto ad altri per far funzionare una cosa mia.

Poi pian piano mi sono riavvicinata. Con circospezione ho riaperto lo sportello, con un filo d’ansia e un po’ di fretta ho messo sottosopra tutti i libretti che c’erano dentro fino a trovare quello delle sue istruzioni . L’ho aperto e scorso più volte troppo agitata per leggere e trovare davvero quello che cercavo. Poi ci sono arrivata, ho preso fiato e ho seguito le istruzioni. Ho spento, aperto il rubinetto dell’acqua, controllato il manometro della pressione e richiuso l’acqua al momento giusto. Poi l’ho riaccesa. E funzionava!! 

Quando stiamo male possiamo arrabbiarci, spaventarci. Possiamo delegare ad altri la nostra cura, lavandocene le mani, distogliendo magari lo sguardo se quello che vediamo non ci piace.

O possiamo, pur titubanti, tentare di guarirci, ritrovando ricette perdute o sepolte, il libretto di istruzioni che ci é stato dato alla nascita. Quello che ci appartiene e parla di noi.

Quello che ci rappresenta e ci indica come effettuare la nostra manutenzione.

É la nostra consapevolezza, che si rafforza ogni volta che ne facciamo uso.

Terapia Verbale

terapia verbaleSeguo da anni il lavoro della dottoressa Mereu che ha messo a punto quella che ha chiamato “Terapia Verbale” con la quale incoraggia i pazienti a partecipare al proprio processo di guarigione.

Lo fa invitando a riappropriarsi di un linguaggio in cui potersi riconoscere e che, necessariamente, non sia “medichese”.

La terminologia medica infatti è utile, anzi indispensabile, per permettere ai medici di capire e curare le malattie che individuano in noi.

I nomi che attribuiscono sono l’impalcatura del loro metodo di cura, e permettono di riconoscere, schematizzare ed affrontare secondo un protocollo o secondo uno studio clinico le patologie a cui hanno attribuito un nome.

Quindi ben venga che i medici conoscano e sappiano utilizzare la loro terminologia, in base alla quale sono in grado di agire.

Purtroppo però senza forse rendercene conto, l’abbiamo adottata anche noi, che medici non siamo.

Nel momento in cui ci riferiamo ad un nostro sintomo con termini medici, che fanno riferimento a studi di anatomia, fisiologia o patologia di cui NULLA sappiamo, di fatto perdiamo ogni possibilità di esaminare, accogliere, riconoscere e magari addirittura risolvere il significato di un malessere.

I nomi che la medicina attribuisce alle nostre “malattie”, se li adottiamo nel nostro dialogo interiore, ci privano della possibilità di porci in ascolto di noi stessi. Come possiamo cercar di comprendere un “tumore”, o una “pancreatite”? Che significato possiamo trovare in noi ad un “osteosarcoma”?

Attribuendo questi nomi alle manifestazioni dei nostri disagi diventiamo automaticamente incapaci, inabilitati, a relazionarci ad essi senza l’intervento di un medico, cui delegare in toto la nostra guarigione.

L’invito è riprendersi i nomi delle cose. Se non siamo medici non scimmiottiamoli, chiamiamole come vogliamo, con le parole che ci vengono in mente, dopo aver interrogato silenziosamente pancia e cuore.

Domandiamoci come definirebbe il sintomo il bambino di tre anni che è in noi. Quello che non conosce medici e medicine. Quello che nulla sa di anatomia e fisiologia e che è libero di dire le cose come vuole, come le sente. Anche quando sono assurde o appaiono senza senso.

Quando ci siamo dati la nostra definizione domandiamoci ancora

E cosa succede se ho….? E accogliamo la risposta, quale che sia.

Sarà solitamente una risposta semplice e chiara. Lampante addirittura, quasi banale. E si presenterà insieme alla sua soluzione. Sarà subito chiaro cosa fare per stare meglio.

Spesso avvertiremo un sollievo immediato. E’ una sensazione tangibile, scatta proprio come un “click”. Lo immagino come un sospirone  che proviene dall’interno di noi, la soddisfazione  e il sollievo per essere riusciti ad ascoltarsi profondamente e a comprendersi. Di solito si accompagna ad una risata liberatoria.

In questo modo possiamo portare il nostro contributo alla nostra guarigione, anche mentre un medico la affronta invece utilizzando i suoi termini e le sue tecniche.

Ai medici quello che è dei medici, ai pazienti quello che è dei pazienti. Si potrebbero creare sinergie fortemente vincenti in questo modo.

Premiarsi

Noi, poveri pigri 🙂 che ci immaginiamo mancare di volontà, o forza, o impegno o addirittura valore…

Alle volte é invece solo che abbiamo trascurato di concederci dei contentini, non abbiamo previsto delle gratificazioni, ricche di significato ma anche bellamente concrete. E invece servono.

Sono utili e produttive. E addolciscono ogni sforzo.

Per chi non ha l’abitudine a concedersele é utile – forse indispensabile – programmarle con cura in anticipo. Un bell’elenco a cui attingere quando ne occorra una, o una pianificazione attenta e studiata di passi/premi.

premiarsiIo per esempio ho visto che faccio una fatica terribile a cominciare la giornata. Bene, finalmente ho capito che cominciarla con un caffé nel mio bar preferito o con una passeggiata al fresco sul lungolago mi aiuta ad affrontare il risveglio.

Il contentino più semplice, a costo zero e zero calorie, é visualizzare il risultato. Sarà scontato, sicuramente qualcuno lo fa sempre, istintivamente, ma volete mettere come suona meglio

Adesso stiro così poi avrò la cesta dei panni VUOTA

Piuttosto che “devo decidermi a stirare le ultime 5 lavatrici”

Su su, adesso carta e penna. Cosa può aiutarvi ad affrontare il prossimo impegno?

Heather, bla bla bla

Heather bla bla blaHeather ha tante parole. Un pozzo senza fondo. E spesso vuole dirle tutte.

Quando parla sembra sorda, non risponde. Accelera o alza la voce per travolgere le obiezioni. Sembra vitale per lei spiegarsi.

Curiosamente ci sono due parole TRA-VISATA e FRA-INTESA che sembrano indicare la stessa cosa: i miei organi di senso, gli occhi, le orecchie, non ti percepiscono. Ti TRA-PASSANO. Quindi ti ignorano. Sei come invisibile.

Per Heather è vitale affermarsi, manifestarsi, essere certa di non essere travisata, di non essere fraintesa. Ottenere riscontri sulla sua visibilità.

Eppure non li ottiene mai.

O per lo meno mai sufficienti al suo bisogno.

E’, il suo, uno sforzo di Sisifo. Combatte senza sosta una battaglia che non può essere vinta. Continua a chiedere agli altri prove soddisfacenti della sua stessa esistenza quando l’unica conferma possibile sarebbe il suo stesso percepirsi.

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