Preghiamo

preghiamo(funziona ancora).

Me lo ricordo benissimo quell’istante, quel richiamo solenne, a un certo punto durante la messa.

Ero ragazzina, mi piaceva stare lì, nella mia parrocchia. Era il posto di noi ragazzi, battezzati e comunicati lì, delle prove del coro, le messe serali degli scout, quelle della mattina alle dieci, cantata da noi con i nostri canti allegri.

La chiesa poi era bellissima. Fresca fin quasi fredda, circolare, ampia. Freddi i marmi, freddo l’intonaco delle pareti quando era così piena da dover rimanere in piedi accanto all’acquasantiera. Fresche le panche con il loro spesso strato di laccatura, freddo il supporto delle candele votive in ferro battuto e persino freddi i colori di quegli affreschi così strani, così moderni, sulle pareti dietro gli altari.

Come se non bastasse sceglievo l’angolo più buio, davanti all’organo, nella cappella laterale di destra. Davanti a me sbucava il corridoio, quello che correva sul retro, collegando con la sagrestia e anche da lì usciva una corrente freschina, come fosse stato l’ingresso di una galleria.

Preghiamo

Finalmente dopo tante parole impostate, dovute, che seguivano l’ordine stabilito per le letture del giorno, venivamo svegliati, chiamati a mettere del nostro, a partecipare attivamente col potere delle nostre intenzioni e dei nostri cuori, più o meno puri, a quella cerimonia.

Preghiamo. E quel silenzio che veniva dopo. Per darci il tempo, una volta risvegliati, di allontanarci dalle orecchie che fino ad allora avevano ascoltato attente e trovare quel posto, in noi, da cui poter formulare le nostre preghiere.

“Preghiamo” mi torna in mente anche ora, e quasi me ne vergogno un po’.

La bambina che ero ha poi smesso di andare a messa pochi anni dopo e da allora le chiese, altre chiese infinitamente più brutte, sono state solo il luogo di funerali e matrimoni.

Qui poi irriconoscibili, presidiate come sono da tristissime vecchie velate con lo sguardo arcigno che recitano preghiere neniando e lagnando a gara, sembra, per chi mostri maggior dolore.

Eppure lo sento ancora, come accompagnato da un campanello leggero.

Preghiamo. Prima di ogni azione consapevole. Il momento in cui mi raccolgo cercando un centro, lo raggiungo e stabilisco la quiete. Trovo le parole giuste per formulare l’intenzione, chiedo aiuto per perseguirla, riconosco di essere parte di un tutto organizzato e saggio che accoglierà le mie intenzioni per farne quello che è meglio farne.

Sia fatta la tua volontà.

Le stesse parole, ancora valide, anche con tutta un altra consapevolezza.

 

 

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